Il cotone grezzo proviene essenzialmente da coltivazioni biologicamente controllate dell'Egitto, della Turchia e del Perù, vale a dire da colture dove non vengono utilizzati fitofarmaci e concimi sintetici. Il nostro cotone viene raccolto a mano, rendendo superflue sostanze per la sfrondatura e migliorando di conseguenza la qualità. Prima di una raccolta a macchina le piante del cotone vengono infatti sfrondate con l'ausilio di sostanze chimiche, altrimenti la macchina raccoglierebbe anche le foglie.

Le conseguenze che minimi residui chimici nei prodotti tessili potrebbero avere sulla salute sono controverse e oggetto di dibattito ancora oggi negli ambienti scientifici, mentre è accertato che lo stato di salute degli operai ne risente se sono esposti costantemente ad esalazioni di pesticidi o se inalano insieme alla polvere le sostanze utilizzate per la sfrondatura durante la trasformazione del cotone.

È comunque inutile utilizzare il cotone grezzo più puro se poi durante la catena di lavorazione viene trattato con sostanze potenzialmente dannose. Di principio ogni sostanza che viene assorbita dalla pelle può provocare un'irritazione o addirittura scatenare un'allergia, sia essa una sostanza naturale o artificiale. Più che la sostanza, è determinante in primo luogo la sensibilità individuale della persona. L'abilità consiste quindi nell'usare il minor numero possibile di additivi in ogni fase lavorativa. La maggior parte di questi può essere addirittura totalmente eliminata.
Il cosiddetto processo di nobilitazione risulta spesso pericoloso e quasi mai necessario. Il lettore attento si chiederà a questo punto perché tali sostanze sono abitualmente utilizzate se sono superflue e in più generano costi. La risposta è la seguente: il risparmio realizzato nel processo produttivo grazie all'utilizzo di tali sostanze è superiore ai costi. Dagli additivi per l'imbozzimatura che facilitano la tessitura al ciclo anti-sgualcitura che evita al negoziante di dover stirare la merce, intervengono parecchie sostanze additive delle quali alcune piuttosto nocive per il prodotto finito. Così, ad esempio, uno sbiancante ottico non risulta di per sé molto utile su un tessuto colorato, ma viene ugualmente preso in considerazione ed utilizzato per evitare un doppio processo di produzione, immagazzinaggio e gestione di diversi tipi di filato.
Un aspetto che non va assolutamente trascurato è la colorazione del tessuto, poiché un tessuto privo di colore alla lunga risulta poco attraente. Noi utilizziamo a questo scopo solo le migliori tinte anche se la gamma di colori che ne risulta è piuttosto limitata. I criteri che applichiamo sono i seguenti:
1. Il colorante deve essere il più puro possibile, nel caso ottimale composto da una sola sostanza. Poiché, come già citato, di principio ogni sostanza costituisce un potenziale allergene, conviene limitarne il numero.
2. Il colorante non deve contenere alcuna sostanza di gruppi sospetti (ad es. alogeni, gruppo azoico, metalli pesanti...).
3. Colori e filati devono essere indivisibili, poiché solo il colorante che si stacca dalla fibra può penetrare nella pelle.

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Va sottolineato a questo punto che i coloranti vegetali non soddisfano il primo criterio e soddisfano solo in parte il terzo - per colorazione di fibre ricche di proteine (lana e seta). Questo per rispondere alla domanda che spesso ci viene posta, più precisamente perché non utilizziamo coloranti vegetali.
Oltre al cotone, adoperiamo volentieri per le nostre fasce DIDYMOS lino e canapa, poiché queste fibre crescono nella nostra zona e sono adatte ad una coltura estensiva. Vale a dire che crescono praticamente come erbacce e non necessitano né di concimi né di fitofarmaci.
Se è vero che la coltivazione del lino e della canapa risulta a buon mercato, la trasformazione è però più onerosa in termini di costi.
L'ausilio di una macchina si rende necessario ad esempio nella stigliatura per liberare le fibre dai residui legnosi, il che spiega tra l'altro perché i tessuti di lino e canapa sono più costosi rispetto al cotone.



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